Per cinque giorni migliaia di mezzi pesanti incroceranno le braccia tra Sicilia, Calabria e Puglia. Nel mirino il caro carburante, con possibili effetti immediati su merci, supermercati e filiera agroalimentare.

L’aumento del diesel torna a mettere in ginocchio il trasporto su gomma e, stavolta, la protesta parte dal Mezzogiorno con un impatto potenzialmente molto pesante. Dal 16 ottobre fino alla mezzanotte del 20, migliaia di tir resteranno fermi in Sicilia, Calabria e Puglia, rallentando in modo significativo i flussi della logistica. Una mobilitazione che nasce da un malessere ormai strutturale e che potrebbe riflettersi rapidamente sulla distribuzione delle merci, con ripercussioni concrete anche sugli approvvigionamenti dei supermercati e sulla filiera agroalimentare.
Perché gli autotrasportatori protestano
Il nodo principale resta sempre lo stesso: il costo del carburante. Per chi vive di trasporti, ogni rincaro pesa in modo immediato sui conti dell’azienda e, in molti casi, azzera margini già ridotti all’osso. Le associazioni di categoria parlano di aumenti superiori a cinquanta centesimi al litro rispetto ai periodi di maggiore stabilità del mercato, una cifra che per i grandi operatori può sembrare gestibile, ma che per piccoli imprenditori, padroncini e cooperative diventa rapidamente insostenibile.
La protesta degli autotrasportatori nel Sud Italia nasce proprio da qui: dall’impossibilità di continuare a lavorare in perdita. E quando il costo per muovere un mezzo cresce più in fretta dei ricavi, la conseguenza è quasi inevitabile. I piazzali di sosta si trasformano così in luoghi di fermo, ma anche in spazi di denuncia. Una forma di pressione che punta a riportare l’attenzione su una crisi economica che, per molti operatori, è già fuori controllo.
Il peso delle tasse sul gasolio commerciale
Non c’è solo il prezzo alla pompa a mettere in difficoltà il settore. A rendere il quadro ancora più pesante è l’impatto complessivo della fiscalità sul rifornimento. Le sigle sindacali indipendenti contestano in particolare l’incidenza delle accise e dell’Iva, considerate una zavorra che rende il gasolio commerciale meno competitivo rispetto a quello di altri Paesi europei.
Il punto, spiegano i manifestanti, non è soltanto pagare di più. È anche trovarsi in una condizione di svantaggio sistemico rispetto ai concorrenti esteri, che possono contare su regole fiscali meno gravose. In assenza di misure strutturali, il rischio è che molte imprese non riescano più a reggere il peso dei costi fissi e siano costrette a chiudere. E quando salta un anello della catena, l’effetto si allarga: dai singoli autotrasportatori alle cooperative, fino all’indotto che ruota attorno alla movimentazione delle merci.

Rischi per supermercati, agricoltura e consumatori
Il timore più immediato riguarda la filiera agroalimentare. In Italia, la maggior parte delle merci viaggia su strada e questo rende ogni blocco logistico un fattore critico. Uno sciopero di cinque giorni, soprattutto se concentrato in aree strategiche del Sud, può produrre effetti in tempi molto rapidi: ritardi nelle consegne, merce che resta ferma nei magazzini e difficoltà di rifornimento per la grande distribuzione organizzata.
Il problema non riguarda soltanto i prodotti industriali. A essere esposti sono soprattutto i beni deperibili, come frutta, verdura, latticini e altri alimenti freschi. Se i carichi che arrivano via mare o da altri snodi logistici non vengono presi in carico in tempi rapidi, il rischio di deterioramento cresce e con esso i danni economici per produttori e distributori. È facile immaginare, in uno scenario simile, scaffali meno assortiti e un possibile aumento dei prezzi dovuto alla minore disponibilità di alcuni articoli.

