Un recente caso ha chiarito i limiti dell’imposta sulle donazioni nei trasferimenti di denaro in famiglia: contano importi, prove documentali e finalità dell’operazione, non solo il legame di parentela.

Il bonifico tra genitori e figli è una pratica comunissima nelle famiglie italiane. Serve per aiutare un figlio negli studi, per coprire spese impreviste o, più semplicemente, per offrire un sostegno economico in un momento delicato. Proprio per questo, la notizia di una possibile tassa dell’8% su un trasferimento familiare ha destato molta attenzione.
Ma il punto non è il gesto in sé. A fare davvero la differenza, per il Fisco, sono la dimensione della somma, la tracciabilità del passaggio di denaro e soprattutto la documentazione che accompagna l’operazione. Un recente caso giudiziario, nato da un trasferimento di oltre otto milioni di euro tra madre e figlia, ha messo in chiaro un principio importante: quando si parla di grandi patrimoni, la sostanza economica prevale sulla forma. E se manca un adeguato supporto formale, il bonifico può essere ricondotto a una liberalità indiretta, con conseguenze fiscali rilevanti.
Il caso che ha acceso i riflettori sul bonifico genitori figlio
La vicenda che ha fatto discutere riguarda un versamento di oltre otto milioni di euro da parte di una madre alla figlia. Una cifra fuori scala rispetto ai normali aiuti familiari, intercettata durante i controlli ordinari sui flussi finanziari. Proprio l’assenza di un atto notarile ha spinto l’Amministrazione finanziaria a contestare l’operazione e ad applicare l’imposta dell’8%.
Dopo una lunga battaglia legale, la questione è arrivata fino ai gradi più alti di giudizio, che hanno confermato la legittimità dell’azione del Fisco. Il messaggio è chiaro: quando il trasferimento di denaro assume proporzioni molto elevate, il rapporto di parentela non basta da solo a escludere la tassazione. Conta piuttosto la struttura giuridica dell’operazione e la presenza di documenti in grado di dimostrare in modo inequivocabile la natura del passaggio di ricchezza.
Causale del bonifico: utile, ma non decisiva
Molti contribuenti pensano che scrivere una causale come “regalo” o “donazione” sia sufficiente per mettere al riparo il trasferimento da qualsiasi contestazione. In realtà non è così. La causale ha un valore indicativo, ma non può da sola cambiare la natura giuridica di un’operazione, soprattutto quando le somme in gioco sono importanti.
Il Fisco, infatti, guarda alla sostanza. Verifica il contesto, la finalità concreta del trasferimento e l’eventuale presenza di prove documentali solide. Se il passaggio di denaro avviene senza un atto pubblico, può essere classificato come liberalità indiretta. Questa qualificazione comporta una valutazione fiscale più severa rispetto a un semplice aiuto economico occasionale.

Franchigia, liberalità di modico valore ed eccezione casa
La normativa italiana, però, non penalizza i normali aiuti familiari. Anzi, prevede tutele precise per i trasferimenti tra parenti stretti. In particolare, esiste una franchigia di 1 milione di euro per ciascun figlio: sotto questa soglia, le donazioni formalizzate non sono soggette a imposizione.
Se l’importo supera il limite, entra in gioco l’aliquota del 4%, ma solo sulla parte eccedente, a condizione che l’operazione sia correttamente documentata. La temuta aliquota dell’8% scatta invece nei casi più problematici, quando il trasferimento supera la franchigia e viene scoperto in assenza di un adeguato inquadramento formale.

