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Irpef al 33% fino a 60mila euro: il governo studia la svolta fiscale per il ceto medio

Irpef al 33% fino a 60mila euro: il governo studia la svolta fiscale per il ceto medio
Photo by Elf-Moondance – Pixabay
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La prossima manovra potrebbe ridisegnare il secondo scaglione Irpef, con un alleggerimento pensato soprattutto per famiglie, dipendenti e autonomi del ceto medio.

Irpef al 33% fino a 60mila euro: il governo studia la svolta fiscale per il ceto medio
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Il dossier fiscale entra in una fase decisiva e, ancora una volta, il baricentro politico sembra spostarsi sul ceto medio. L’ipotesi sul tavolo riguarda una revisione della Irpef che amplierebbe il secondo scaglione, con l’obiettivo di ridurre il peso delle tasse su una fascia di contribuenti che negli ultimi anni ha assorbito gran parte degli effetti di inflazione e rallentamento del potere d’acquisto. In sostanza, si punta a lasciare più soldi in busta paga e a rendere meno ripido il salto tra un’aliquota e l’altra.

Nuovi scaglioni Irpef: come cambierebbe la tassazione

Il sistema fiscale italiano si fonda sul principio della progressività: più si guadagna, maggiore è la percentuale di imposta applicata. Oggi il quadro prevede un’aliquota di base per i redditi più bassi, poi un passaggio al 33% fino a 50mila euro e infine il 43% oltre questa soglia. La modifica allo studio del governo andrebbe a intervenire proprio qui, allargando la fascia intermedia di diecimila euro.

In pratica, il secondo scaglione non si fermerebbe più a 50mila euro, ma arriverebbe fino a 60mila. È questo il cuore della riforma Irpef 33%, perché consente di mantenere più a lungo un livello di tassazione intermedio prima di entrare nell’aliquota più alta. Per il contribuente, la differenza è tutt’altro che marginale: evitare un passaggio brusco al 43% significa ridurre il carico fiscale su una parte consistente del reddito.

Quanto si risparmia in busta paga con l’aliquota al 33%

L’effetto economico del nuovo impianto è facile da leggere. Oggi, per la parte di reddito che supera i vecchi limiti, si applica il 43%; con la riforma, quella stessa quota verrebbe tassata al 33%. Il vantaggio è dunque pari a 10 punti percentuali. Tradotto in numeri concreti, per ogni 1.000 euro che rientrano nella fascia interessata, il contribuente potrebbe trattenere 100 euro in più.

Le simulazioni riportate indicano una crescita graduale del beneficio. Chi dichiara 51mila euro avrebbe un risparmio di circa 100 euro all’anno. A 52mila euro il vantaggio salirebbe a 200 euro, mentre a 55mila euro arriverebbe a 500 euro. Il tetto massimo si raggiungerebbe con 60mila euro di reddito annuo, dove il guadagno fiscale complessivo toccherebbe 1.000 euro netti all’anno. Su base mensile, si parla di quasi 80-85 euro in più, una cifra che può incidere in modo concreto sul bilancio familiare.

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Chi guadagna davvero dalla riforma e quali sono i paletti

La platea dei beneficiari sarebbe ampia. A trarre vantaggio dall’estensione del secondo scaglione sarebbero soprattutto professionisti, impiegati specializzati, quadri, dirigenti e lavoratori autonomi con redditi medio-alti. Secondo le prime stime tecniche, si parla di diversi milioni di contribuenti. Non una nicchia, quindi, ma una parte fondamentale del tessuto produttivo italiano.

L’intervento, inoltre, non dovrebbe modificare le aliquote più basse. Le fasce di reddito inferiori resterebbero sostanzialmente intatte, con l’obiettivo di preservare la tutela delle situazioni economicamente più fragili. La direzione politica è chiara: alleggerire il carico sul ceto medio senza intaccare il principio di protezione sociale che accompagna le fasce deboli.